Leggende di Campiglio e delle Dolomiti di Brenta
Come per altri territori alpini, i luoghi d'intorno a Madonna di Campiglio si prestarono bene alla nascita di numerose leggende giunte fino ai giorni nostri. Queste le più famose:
Il drago del lago di Nambino
Tanti tanti anni fa, nel lago di Nambino poco sopra Campiglio viveva un drago. Trascorreva le sue giornate tranquillamente sul fondo del laghetto, e ogni tanto risaliva fuori dall’acqua per brucare l’erba d'intorno. Un giorno però il drago, forse affamato dal digiuno invernale, si mangiò un paio di pecore assieme al pastore che le accudiva.
In un momento la notizia si diffuse in tutta la val Rendena. Il terrore si sparse tra le genti della valle. I pastori e i montanari chiesero così aiuto a due famosi cacciatori della val di Sole che, dietro lauta ricompensa, accettarono l’incarico di ammazzare il mostro.
Una domenica mattina i due, accompagnati dalla gente di Campiglio parroco in testa, e armati dei loro fucili, si avviarono verso Nambino. Ai piedi della salita al lago uno disse all’altro: “meglio essere prudenti! Lasciami andare avanti; quando avrai udito il colpo del mio fucile, se dopo non mi sentirai gridare allora accorri a vedere cosa è successo; toccherà a te vendicarmi!” L’uomo si inerpicò su su lungo il sentiero che portava al lago. In dieci minuti arrivò sulle sue rive. Tutto intorno sembrava tranquillo; ovunque incombeva il più grande silenzio. Il cacciatore, nascosto, si mise a cercare con lo sguardo i segni della presenza del mostro. Finalmente, a un certo punto lo vide disteso al sole sopra una liscia pietra, profondamente addormentato. Un enorme biscione, grande come un toro, verde e squamoso. Il cacciatore prese la mira … e lasciò partire un colpo che colse mortalmente la bestia. Ma il veleno del quale il drago era impregnato si riversò sul povero uomo, che cadde tramortito al suolo.
Il suo compagno, avendo sentito benissimo lo sparo, ma non poi il grido, come d’accordo corse sul luogo dove trovò l’amico steso inanimato per terra. Con l’aiuto di alcuni altri montanari, il coraggioso cacciatore fu soccorso e trasportato all’ospizio di Campiglio. Le sorprese non erano però finite, quel giorno. Accanto al corpo del drago c’era un uovo! Il drago era quindi … una draghessa!
Dopo qualche giorno, il coraggioso cacciatore si riprese dagli effetti del veleno, e riscosse con il compagno la ricompensa pattuita. L’uovo e la pelle del drago furono trasportati nella chiesa di Campiglio, dove furono appesi alla volta dell’edificio in ringraziamento e divennero noti oggetti di ammirazione. Rimasero visibili fino ai primi dell’800.
Il sas del Bargianèla
Al Palù, nella parte bassa del paese, tanto tempo fa viveva il Bargianèla, un oste che conduceva una locanda della quale tutti apprezzavano il buon vino.
Una mattina d’estate, pochi giorni prima della festa della Madonna, il nostro amico oste decise di salire fino alla malga Ritorto per comprare un vitello, per soddisfare nel giorno di festa l’appetito dei pellegrini e dei compaesani che sarebbero arrivati a Campiglio. Una volta fatto l’acquisto, il bargianèla con tutta tranquillità imboccò la via del ritorno al paese. Arrivato all’altezza di un grande masso, l’uomo fece un incontro spaventoso: un grande orso – anzi un’orsa assieme ai suoi due piccoli – che animato dai peggiori intenti si faceva avanti in tutta velocità. Per il bargianèla non rimaneva che una soluzione: arrampicarsi il più in fretta possibile in cima al sasso, per mettersi in salvo dall’affamato plantigrado. Detto fatto, con due lunghi balzi l’uomo arrivò in cima alla pietra, da dove con un grosso bastone iniziò a picchiare in testa all’animale per difendersi.
Mamma orsa
digrignava inferocita, cercando di raggiungere il poveretto in cima al masso. I due cuccioli, nel frattempo, evidentemente poco interessati alla vicenda si erano allontanati inoltrandosi soli soletti nel bosco. Per il bargianèla le cose volgevano al peggio: la prospettiva era quella di trascorrere la notte lassù, col rischio di addormentarsi e finire così tra le fauci del plantigrado. Che fare? Come spesso accade nei momenti del bisogno, il nostro oste pensò così di chiedere un aiuto, rivolgendo una preghiera alla Madonna. “Madonna di Campiglio” – pregò così il bargianèla – “madonnina mia, ti prego, aiutami! Liberami da questo mostro!” Appena finita la preghiera, un urlo pauroso irruppe nel silenzio del bosco. Subito dopo, un altro, e poi un altro ancora! Che poteva essere successo? Forse un bimbo poco lontano che era caduto e si era fatto male? Ci mancava pure questa! Le cose stavano diversamente: a urlare era uno degli orsacchiotti, che chissà per quale motivo si era messo a richiamare la mamma. L’orsa non ci pensò un istante: appena intuito il pericolo, si avviò di corsa verso la direzione di provenienza del grido d’aiuto del suo piccolo. Il bargianèla subito dopo, ancor più di corsa saltò giù dal sasso che gli aveva salvato la vita e, ringraziando sottovoce la madonnina per l’aiuto, raggiunse in tutta fretta la sua locanda a Campiglio. Dove, per gli anni a venire, non smise mai di raccontare questa sua disavventura a tutti i clienti che volevano assaggiare il suo buon vino.
Il sasso del bargianèla è ancora lì, nello stesso posto di allora, e oggi giace accanto alla strada che congiunge Patascoss alla malga Ritorto.
Gli orti della regina
Una regina sconosciuta, in fuga da chissà quale pericolo, in chissà quale tempo. Di questo ci parla la leggenda degli “orti della regina”, luogo unico nel suo genere, un pianoro ai piedi delle ripide pareti del Brenta sopra il Grostè.
In un lontano giorno di tanti secoli fa, quando ancora la Rendena era popolata da piccole comunità, lungo i sentieri della valle comparvero molti uomini. Sembravano soldati, infatti portavano appresso lance e frecce, ma avevano un aspetto consumato e povero. Chi erano? Da dove arrivavano? E dove andavano? Nessuno l'ha mai saputo. In mezzo a loro, in sella a un bianco cavallo, una bellissima fanciulla, di nobile portamento, con abiti un tempo sfarzosi, triste e stanca per il lungo cammino. Silenziosamente questo gruppo risalì la mulattiera che conduceva a Campiglio, e una volta attraversata la piana del monastero imboccò il sentiero che conduceva ai piedi del Mondifrà. Gli uomini erano esausti, e avevano bisogno di una sosta. La loro regina, guardandosi intorno, scorse un luogo che poteva fare al caso loro: un vasto piano, lontano da sguardi indiscreti, riparato dalla montagna da un lato e da un dirupo dall’altro, e con un corso d’acqua indispensabile per una sosta prolungata.
Una volta raggiunto lo spiazzo, subito gli uomini si diedero da fare. Innalzarono capanne e deviarono il corso della sorgente; procurarono il cibo cacciando la selvaggina d’intorno, e piantarono semi di fiori e verdure, fagioli e cipolline. Lo strano esercito si fermò in quel pianoro per qualche mese. Tutto ad un tratto scomparve; successe una notte, e di quegli uomini, e della loro giovane regina, non si seppe più nulla.
L’unico ricordo di questo misterioso passaggio è quello della flora rimasta sul luogo, ancora oggi ricchissima di specie, e del nome che richiama quella lontana presenza: gli “orti della regina”.
La storia di "quel del formài"
E’ riportata in “Sui monti del Trentino” (Colò, SAT) e racconta di una truce vicenda accaduta sul vicino monte Spinale. Oggi di proprietà delle Regole di Spinale-Manez, un tempo il monte era degli abitanti della Val di Sole, i quali lo affittavano ai contadini di Ragoli per l’alpeggio contro il pagamento di un “uomo di formaggio”, vale a dire di tante forme che, poste l’una sopra l’altra, raggiungessero l’altezza dell’uomo mandato ogni anno, a fine stagione, a riscuotere il dazio.
Fattisi furbi, un bel giorno i solandri scelsero come esattore il loro concittadino più alto; allora i ragolesi, non avendo formaggio a sufficienza, pensarono di pareggiare il conto tagliando la testa al pover’uomo, e rispedendo al mittente la pila di formaggio così rattificata.
Per il fattaccio però i ragolesi incolsero la maledizione del cielo e così, da sempre, una pioggia torrenziale li accompagna quando salgono su quei pascoli con il loro bestiame.
La leggenda riecheggia ancora oggi nel detto – di largo uso – “hai trovato quello del formaggio”!
Quando Sissi fece da madrina
Poteva l’imperatrice Sissi, la più illustre ospite che Campiglio abbia mai avuto, non avere una leggenda tutta per sé dopo i suoi soggiorni in paese? Certo che no!
E’ una “leggenda a metà”, nel senso che la storia fu pubblicata, come notizia non verificata, dai quotidiani locali proprio nei giorni del secondo soggiorno dell’imperatrice a Campiglio (“Voce Cattolica”, 10 luglio 1894). In breve, a quanto si narra, un bel giorno Sissi durante una passeggiata nei dintorni del paese entrò, senza farsi avvisare, in una malga. Qui una coppia di poveri contadini stava accudendo una bimba appena nata; i contadini vestivano gli abiti della festa, ma erano tristi perché quello era il giorno del battesimo della piccina ma la madrina non era venuta. Sissi allora si propose per sostituire l’assente e quando i due giovani genitori (che non avevano riconosciuto l’imperatrice!) le chiesero quale nome avrebbero dovuto imporre alla battesimanda l’augusta dama rispose “il mio nome non è in uso qui in paese, perciò date alla bambina il nome più bello che la cristianità conosca, chiamatela Maria!”
Solo l’indomani, quando un servo portò loro un cospicuo dono in denaro e un bel corredo da battesimo, i due seppero che la neonata aveva avuto per madrina l’imperatrice d’Austria.
Questa storia un legame con la realtà ce l’ha: entrare senza preavviso nelle case altrui era tipico dell’eccentrica sovrana, che lo faceva spesso.






